Papa Francesco, missione: "TOGLIERE TERRENO AGLI EVANGELICI"

5 apr. 2013 - "La nuova frontiera della fede così il Papa venuto da lontano rivela le strategie della Chiesa; Per il Vaticano prioritario togliere terreno agli evangelici"; è il titolo di un interessante e lucida analisi del giornalista Lucio Caracciolo pubblicata ieri da Repubblica. Una doccia fredda per quegli evangelici che hanno salutato l'elezione di Bergoglio con grande entusiasmo.

In effetti, in uno dei discorsi di maggiore impatto per i media, quello di venerdì 29 marzo, durante la messa in vaticano dedicata ai sacerdoti, dove Bergoglio diceva i sacerdoti: “dovete essere pastori con l'odore delle pecore”; aggiungeva anche: “Quando scende come l'olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, “le periferie” dove il popolo fedele è più esposto all'invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede». Un chiaro riferimento all'erosione dei cattolici da parte degli evangelici nei paesi delle periferie del mondo.
Scrive Caracciolo: «Francesco è un papa di frontiera. Non per caso viene quasi dalla fine del mondo. Eppure l'Argentina, come il resto dell'America latina,è oggia ben vedere tutt'altro che periferica nel mondo cattolico. Anzi, il continente latinoamericano ospita quasi quattro cattolici su 10 e appare una delle rare aree di crescita delle vocazioni. La frontiera non va quindi intesa in senso strettamente geografico, ma geopolitico.
Nelle terre di provenienza del papa si combatte infatti la battaglia decisiva per il futuro della Chiesa di Roma: quella contro le nuove sette evangeliche, specie pentecostali, che stanno lacerando l'antico tessuto cattolico del subcontinente. Nel principale paese del "Sud globale" americano, il Brasile, negli ultimi anni almeno 15 milioni di fedeli si sono svincolati dall'abbraccio di Roma per gettarsi nel gratificante universo pentecostale. Una fede molto più colorata, musicale, inebriante, specie se confrontata con le liturgie appesantite di Santa Romana Chiesa.
Vista dal Vaticano, la sfida evangelicale ha il suo cuore negli Stati Uniti d'America. Se ai tempi della guerra fredda e della teologia della liberazione poteva darsi una consonanza fra l'approccio geopolitico di Washingtone la strategia georeligiosa di Roma, ormai da un paio di decenni il clima è cambiato. Per i cattolici latinoamericani quelle che essi considerano delle pericolose sette devianti sono in realtà agite e usate da centri di potere nordamericani, dotati di cospicui mezzi finanziari. Non mancano le dietrologie demonizzanti, che certo non aiutano a capire le ragioni della disaffezione delle masse cattoliche per la Chiesa di Roma.
Il pontificato di Jorge Mario Bergoglio sarà quindi valutato dagli storici della Chiesa anche, se non soprattutto, per il successo o il fallimento nel contrasto dei settarismi neoprotestanti. Ben sapendo che il rischio, in caso di sconfitta, è di ridurre la stessa Chiesa di Roma a setta, come più volte profetizzato dal teologo iperprogessista Hans Küng. Per avanzare su questo fronte, Bergoglio deve sensibilizzare un alto clero ancora largamente euro-occidentale. Se infatti due terzi dei battezzati vivono oggi in America latina, Africa e Asia - la cosiddetta Terza Chiesa - i due terzi del corpo cardinalizio provengono invece dall'Europa e dal Nordamerica. I prìncipi della Chiesa hanno quindi voluto affidare il mandato di presidiare il fronte anti-settario a chi lo vive da dentro.
Il mondo laico tende spessoa dimenticare quanto rilevante sia lo studio della storia e della geografia nella formazione dei sacerdoti, in particolare dei vescovi. Giovanni Paolo II scriveva nella sua Redemptoris Missio (enciclica del 7 dicembre 1990): «Il criterio geografico, anche se non molto preciso e sempre provvisorio, vale ancora per indicare le frontiere verso cui deve rivolgersi l'attività missionaria». La Chiesa di Roma è per autodefinizione universale, ma questo non significa che non coltivi una sua visione gerarchica dei territori.
Non tutti i continenti sono uguali. Se oggi dunque la scelta di Bergoglio indica la priorità latinoamericana, in prospettiva dal Vaticano si guarda soprattutto all'Asia. Il Continente dove nacque Gesù Cristo è oggi il più povero di cattolici. Particolarmente triste la condizione dei credenti in Gesù nella massima potenza ascendente del mondo, la Cina. Per questo, qualche spirito avventuroso aveva immaginato che lo Spirito Santo potesse indicare al sacro collegio il nome del vescovo di Hong Kong, John Tong Hon. Non è stato così, per ora.
Ma già papa Francesco, curati i mali della curia e presidiata la frontiera latinoamericana, vorrà senz'altro dedicare almeno una parte del suo pontificato a ridefinire le strategie di evangelizzazione nell'Asia profonda. Sotto vari profili, l'ascesa al trono di Bergoglio appare in patente contraddizione rispetto al pontificato di Ratzinger. Non solo per l'ovvia inclinazione pastorale di Francesco rispetto ai carismi alquanto accademici di Benedetto XVI, ma anche per un salto di qualità quanto a gerarchie geopolitiche.
Benedetto si era posto come priorità di rievangelizzare il Vecchio Continente. Francesco, da vescovo di Roma, non potrà certo evitare di curarsene, ma sicuramente vorrà dedicare molto più tempo ed energie alla battaglia di frontiera in America latina. E vorrà soprattutto rilanciare una strategia ecumenica, per definizione universale, spingendosi molto più oltre di quanto Ratzinger osasse immaginare. Fin dove, è presto per dirlo.
Ma già le prime scelte di Bergoglio, a cominciare dal Segretario di Stato, potranno illuminarci sul sentiero che il nuovo papa si accinge a percorrere».


Fonte: buonanotizia.org


http://temi.repubblica.it/limes/la-nuova-frontiera-della-fede-cosi-il-papa-venuto-da-lontano-rivela-le-strategie-della-chiesa/43386


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